Lussazione spalla recidivante: cause, sintomi e intervento risolutivo
La lussazione spalla recidivante è una paura concreta per molti pazienti: la spalla è uscita una volta, poi ancora, e resta il timore che possa succedere di nuovo. Questo articolo parla proprio di questa condizione, cioè del momento in cui bisogna capire se conviene continuare con la fisioterapia oppure considerare la chirurgia.
Nella pratica incontro spesso pazienti giovani che arrivano dopo due o più episodi e mi chiedono se sia ancora utile aspettare. Dopo un primo episodio di lussazione, alcune spalle recuperano una buona stabilità articolare, mentre altre sviluppano una lussazione recidiva della spalla legata a instabilità cronica dell’articolazione gleno-omerale.
La scelta tra trattamento conservativo e intervento dipende da molti fattori:
- età;
- numero di episodi;
- attività sportiva;
- lesioni dei tessuti molli;
- perdita ossea;
- aspettative funzionali del paziente.
Valutare correttamente questi elementi è importante anche per ridurre il rischio di ulteriori danni articolari e di possibile artrosi precoce nel tempo.
In questa guida vedremo quando la fisioterapia può essere ancora indicata, quando invece è opportuno considerare la chirurgia e come si sceglie la tecnica più adatta al singolo caso.
Se vuoi approfondire il primo episodio traumatico, puoi leggere la guida dedicata alla lussazione della spalla.
Contenuti
- 1 Cos’è la lussazione recidivante della spalla
- 2 Lussazione recidivante e instabilità cronica di spalla: la differenza
- 3 Perché la spalla si lussa di nuovo: le cause della recidiva
- 4 La lesione di Bankart e il danno osseo glenoideo
- 5 La lesione di Hill-Sachs sulla testa dell’omero
- 6 Fattori di rischio: età, iperlassità e sport
- 7 Sintomi della lussazione recidivante di spalla
- 8 Come si fa la diagnosi: visita ed esami strumentali
- 9 Artro-RMN e TC: misurare il bone loss glenoideo
- 10 Quando è necessario operare la lussazione recidivante
- 11 Il trattamento conservativo e i suoi limiti
- 12 Intervento in artroscopia: la riparazione di Bankart
- 13 Tecniche di aumento capsulare: ASA e Remplissage
- 14 L’intervento di Latarjet a cielo aperto
- 15 Come si sceglie la tecnica chirurgica più adatta
- 16 Anestesia, durata dell’intervento e degenza
- 17 Tempi di recupero e riabilitazione dopo l’intervento
- 18 Il ritorno allo sport e alla vita quotidiana
- 19 Rischi, complicanze e percentuali di recidiva
- 20 FAQ: domande frequenti sulla lussazione spalla recidivante
- 20.1 Quante volte si può lussare la spalla prima di operarsi?
- 20.2 La lussazione recidivante della spalla si può curare senza intervento?
- 20.3 Quanto dura l’intervento per la lussazione recidivante di spalla?
- 20.4 Quanto tempo serve per riprendersi dopo l’operazione?
- 20.5 Qual è la differenza tra intervento di Bankart e Latarjet?
- 20.6 La lussazione recidivante può causare artrosi alla spalla?
- 20.7 Si può tornare a fare sport dopo l’intervento?
- 20.8 L’intervento in artroscopia lascia cicatrici?
- 20.9 Quali sono i rischi dell’intervento alla spalla?
- 20.10 A chi rivolgersi per una lussazione recidivante della spalla?
- 21 Quando richiedere una valutazione specialistica
Cos’è la lussazione recidivante della spalla
Si parla di lussazione recidivante spalla quando gli episodi di lussazione, o dislocazione, si ripetono nel tempo dopo un primo evento.
In condizioni normali, la testa dell’omero resta centrata rispetto alla glenoide, cioè la cavità glenoidea della scapola che accoglie l’estremità dell’omero. Nella forma più comune di instabilità, invece, la testa omerale si sposta in direzione antero-inferiore, dando luogo a una lussazione anteriore.
È utile distinguere:
- lussazione completa, in cui i capi articolari perdono del tutto il contatto;
- sub-lussazione, in cui la perdita dei rapporti articolari è solo parziale e spesso transitoria.
A differenza di altre strutture della spalla, come l’acromion, qui il problema principale riguarda il rapporto tra testa dell’omero e cavità glenoidea. Il primo episodio avviene spesso dopo una caduta sportiva o un trauma importante; quelli successivi possono comparire anche con movimenti via via più banali.
Lussazione recidivante e instabilità cronica di spalla: la differenza
La recidiva descrive il ripetersi degli episodi di lussazione completa. L’instabilità di spalla cronica descrive, invece, una condizione persistente, in cui il controllo articolare è insufficiente in modo continuativo.
In questi casi il paziente può avere nuovi episodi completi, ma anche sensazioni di cedimento, paura del movimento o episodi solo parziali.
La forma più frequente e rilevante è l’instabilità anteriore, distinta dalla lussazione posteriore e dalla lussazione multidirezionale. Nelle forme meno evidenti si può parlare anche di microinstabilità, quando la spalla non esce completamente ma non viene percepita come stabile e sicura.
A garantire la tenuta dell’articolazione concorrono più strutture:
- capsula articolare;
- legamenti gleno-omerali;
- labbro glenoideo;
- controllo del ritmo gleno-omerale.
Spesso il paziente evita istintivamente certi movimenti perché sente che la spalla potrebbe uscire. Per approfondire il tema dell’instabilità e dei suoi diversi gradi clinici, puoi consultare la pagina dedicata alla spalla instabile.
Perché la spalla si lussa di nuovo: le cause della recidiva
Una domanda che sento spesso è: “perché continua a succedere?”. Il punto di partenza è quasi sempre il primo evento:
- una caduta;
- un contrasto sportivo;
- un movimento forzato in extra-rotazione, come una caduta sulla mano.
Sono tutti episodi in grado di danneggiare i sistemi che mantengono centrata la testa omerale.
Dopo un trauma diretto o un trauma indiretto, capsula e legamenti possono non recuperare una tensione sufficiente. In questi casi si può creare una lassità capsulare, spesso associata a una vera lesione capsulo-legamentosa. Se la stabilità si riduce, la lussazione spalla recidiva può ripetersi con un nuovo trauma importante oppure con un movimento inconsueto molto meno intenso.
Il rischio aumenta quando al danno iniziale si sommano predisposizione costituzionale, sollecitazioni sportive ripetute e nuovi episodi che amplificano progressivamente l’instabilità.
La lesione di Bankart e il danno osseo glenoideo
Il cercine glenoideo, o labbro glenoideo, è una struttura fibrocartilaginea che circonda la glenoide e ne aumenta la profondità, contribuendo alla stabilità dell’articolazione. Durante una lussazione anteriore, la porzione antero-inferiore del complesso capsulo-labrale può distaccarsi insieme alla capsula: è la lesione di Bankart, una delle lesioni più frequenti nell’instabilità anteriore.
Si tratta quindi di una lesione labrale, ma il problema può non riguardare solo i tessuti molli. Con il ripetersi degli episodi, infatti, il margine osseo della glenoide può erodersi, dando luogo a un vero e proprio danno osseo glenoideo o Bony Bankart.
In pratica, una glenoide con una parte anteriore consumata o mancante offre una base di contenimento meno efficace alla testa omerale. Questo difetto osseo diventa un elemento importante nella scelta del trattamento.
Uno studio prospettico ha documentato una perdita ossea media del 6,8% dopo un primo episodio, salita al 22,8% nell’instabilità già recidivante (Dickens et al., 2019).
La lesione di Hill-Sachs sulla testa dell’omero
Accanto al danno glenoideo esiste una seconda lesione ossea importante: la lesione di Hill-Sachs. Si tratta di un’impronta sulla testa dell’omero che si forma quando questa impatta contro il margine della glenoide durante la lussazione.
Non tutte le lesioni di Hill-Sachs hanno lo stesso peso clinico nella lussazione recidivante di spalla: dimensioni e posizione contano. Il rischio aumenta quando il difetto interagisce sfavorevolmente con la glenoide durante l’extrarotazione, contribuendo al bone loss complessivo e alla perdita di stabilità.
In sostanza:
- Bankart e danno glenoideo riguardano il versante della cavità;
- Hill-Sachs riguarda invece il versante omerale.
Quando i due difetti coesistono si parla spesso di lesione bipolare, un elemento che può influenzare in modo decisivo la scelta della tecnica chirurgica.
Fattori di rischio: età, iperlassità e sport
Non tutti i pazienti con una lussazione anteriore di spalla hanno lo stesso rischio di nuovi episodi. Il rischio è più alto nei pazienti di giovane età, in particolare quando il primo episodio avviene con un’età inferiore ai 20 anni.
A questo si possono aggiungere:
- iperlassità legamentosa;
- iperlassità costituzionale;
- qualità non ottimale dei tessuti;
- tessuti capsulari scadenti.
Anche lo sport conta molto: gli sport di contatto espongono la spalla a traumi diretti e indiretti, mentre le attività overhead, come tennis, pallavolo o baseball, sottopongono l’articolazione a sollecitazioni ripetute, soprattutto durante il gesto del lancio.
Un rugbista non ha lo stesso meccanismo lesivo di un tennista, ma entrambi possono sottoporre la spalla a richieste funzionali elevate. Per questo la valutazione non deve basarsi solo sull’età o sul numero di episodi, ma sulla combinazione tra anatomia, sport praticato, qualità dei tessuti e obiettivi del paziente
Sintomi della lussazione recidivante di spalla
Nella recidiva il sintomo più caratteristico non è sempre il dolore costante, ma l’apprensione: la paura che la spalla possa uscire durante alcuni movimenti, soprattutto quando il braccio viene portato sopra la testa o in posizioni percepite come “a rischio”.
Spesso il paziente mi racconta di riuscire a muovere il braccio, ma di evitare istintivamente certi gesti perché sente che la spalla potrebbe uscire. Questa limitazione volontaria dei movimenti è un segnale importante, perché indica che il problema non riguarda solo il dolore, ma anche la fiducia nell’articolazione.
I sintomi più frequenti possono includere:
- sensazione di cedimento della spalla;
- episodi di fuoriuscita completa o parziale;
- scatti articolari;
- paura nei movimenti sopra la testa;
- riduzione della fiducia nell’uso del braccio;
- dolore dopo l’attività o dopo nuovi episodi di instabilità.
Il dolore cronico e la debolezza possono comunque comparire e richiedono una diagnosi differenziale, ad esempio con una patologia della cuffia dei rotatori o di un tendine della spalla.
Come si fa la diagnosi: visita ed esami strumentali
Per capire, in caso di lussazione spalla cosa fare, non basta prescrivere automaticamente una risonanza. Il percorso diagnostico parte sempre da una valutazione specialistica, che integra la storia del paziente, l’esame clinico e la scelta mirata degli esami strumentali.
Durante la visita è importante ricostruire:
- come è avvenuto il primo episodio;
- quante recidive si sono verificate;
- con quali movimenti o traumi la spalla si è lussata di nuovo;
- quale attività sportiva o lavorativa svolge il paziente;
- se sono presenti dolore, debolezza o sensazione di instabilità.
L’esame clinico valuta mobilità, lassità e stabilità della spalla.
Test clinici per la stabilità della spalla
Il test di Apprehension riproduce la sensazione di paura o instabilità in una posizione provocativa controllata ed è uno dei principali test di instabilità. Il test di Jobe, invece, non serve a diagnosticare direttamente l’instabilità, ma può essere utile nella valutazione della cuffia dei rotatori e, in particolare, del tendine del sovraspinato.
Esami diagnostici nella lussazione di spalla
Gli esami vengono sempre scelti in base alla domanda clinica specifica e non in modo standardizzato.
Il primo livello di valutazione è rappresentato dalla radiografia, spesso eseguita come RX in doppia proiezione, che consente di
- ottenere informazioni iniziali sull’allineamento articolare;
- evidenziare eventuali segni ossei legati a traumi o pregresse lussazioni.
La risonanza magnetica è invece l’esame di riferimento per lo studio dei tessuti molli, in particolare della capsula articolare e del cercine glenoideo. In alcuni casi selezionati possono essere indicati esami più approfonditi per valutare con maggiore precisione lesioni capsulo-labrali o la presenza di perdita ossea.
L’elettromiografia non rientra tra gli esami di routine nella lussazione recidivante di spalla. Viene richiesta solo quando si sospetta un coinvolgimento neurologico, ad esempio a carico del nervo circonflesso o del nervo ascellare.
In generale, aumentare il numero di esami non significa ottenere una diagnosi migliore: ogni indagine deve essere richiesta solo se risponde a un preciso quesito clinico.
Artro-RMN e TC: misurare il bone loss glenoideo
L’Artro-RMN e la TC non hanno la stessa funzione nella valutazione della lussazione recidivante. Sono esami diversi, utilizzati per rispondere a domande diverse e, in alcuni casi, per decidere quale tecnica chirurgica sia più adatta.
- L’Artro-RMN, eseguita con mezzo di contrasto intra-articolare, permette di approfondire lo studio delle strutture capsulo-labrali e delle lesioni dei tessuti molli. In pratica, aiuta a valutare meglio quelle strutture che contribuiscono alla stabilità della spalla e che possono essersi lesionate durante gli episodi di lussazione;
- La TC o TAC è particolarmente utile quando bisogna quantificare il difetto osseo. Attraverso la ricostruzione tridimensionale e la misurazione Pico, è possibile stimare quanta parte della glenoide è stata persa.
Questo dato è importante perché la quantità di osso mancante può modificare la scelta dell’intervento.
Importanza del bone loss glenoideo nella scelta del trattamento
Per molti anni una perdita ossea intorno al 20–25% è stata considerata una soglia critica: oltre questi valori, la sola riparazione dei tessuti molli può non essere sufficiente. Oggi sappiamo però che anche perdite inferiori, nella cosiddetta zona subcritica, possono avere un peso clinico rilevante nei pazienti giovani, sportivi o ad alto rischio (Shaha et al., 2015).
Per questo la misurazione del bone loss glenoideo non è un dettaglio tecnico, ma un passaggio decisivo del percorso diagnostico. Sapere quanta glenoide è stata persa aiuta a scegliere tra una stabilizzazione artroscopica, una procedura associata o una tecnica di ricostruzione ossea.
Quando è necessario operare la lussazione recidivante
Non esiste un numero di lussazioni identico per tutti. Tuttavia, episodi ripetuti in un paziente giovane e attivo aumentano la necessità di valutare un intervento adatto alla lussazione spalla recidivante con uno specialista della spalla.
La chirurgia può essere presa in considerazione quando l’instabilità non è più un episodio isolato, ma diventa un problema ricorrente che limita sport, lavoro o vita quotidiana. In questi casi l’obiettivo dell’intervento chirurgico non è solo “rimettere a posto” la spalla, ma ottenere una nuova stabilizzazione dell’articolazione.
Orientano verso la chirurgia soprattutto:
- recidive con traumi sempre più lievi;
- instabilità che limita sport o lavoro;
- lesioni capsulo-labrali significative;
- perdita ossea documentata;
- difetto omerale rilevante;
- pratica di sport di contatto;
- elevata richiesta funzionale;
- fallimento di un percorso conservativo appropriato.
In molti casi si tratta di una chirurgia in elezione, cioè programmata dopo una valutazione completa, e non di un’urgenza. Per questo si può parlare anche di intervento elettivo: la decisione viene presa considerando:
- anatomia della lesione;
- età;
- sport praticato;
- aspettative del paziente.
Un punto da non sottovalutare è il tempo. L’instabilità di lunga durata è associata a un rischio più alto di artrosi gleno-omerale e possibile osteoartrite secondaria, anche se l’intervento non garantisce di prevenirla (Plath et al., 2015). Nella mia valutazione non conto soltanto quante volte la spalla è uscita: considero età, sport, danno osseo e obiettivi funzionali del paziente.
Il trattamento conservativo e i suoi limiti
Il trattamento conservativo può avere un ruolo in alcuni pazienti selezionati, soprattutto quando il quadro non presenta importanti lesioni strutturali o perdita ossea significativa. Non significa però “aspettare e vedere”: deve essere un percorso guidato, progressivo e controllato.
Nelle prime fasi può essere prevista una protezione della spalla con immobilizzazione, tutore o bendaggio ortopedico, secondo le indicazioni dello specialista. Successivamente si lavora sul recupero della mobilità, spesso partendo da posizioni sicure come la rotazione neutra, per poi passare al rinforzo muscolare e alla rieducazione del movimento.
l percorso può includere:
- recupero progressivo della mobilità;
- rinforzo muscolare;
- controllo scapolare;
- lavoro neuromotorio;
- riabilitazione funzionale;
- esercizi di propriocezione;
- recupero della fiducia nei movimenti.
Il punto chiave è questo: i muscoli possono migliorare controllo e funzione, ma la fisioterapia non ricostruisce una porzione ossea mancante e non ripara automaticamente una lesione anatomica significativa.
Per questo il trattamento conservativo può essere ragionevole in alcuni pazienti, ma mostra limiti più evidenti nei giovani sportivi, negli sport di collisione, in presenza di episodi ripetuti, instabilità persistente o perdita ossea.
Uno studio a lungo termine su pazienti trattati senza chirurgia ha documentato recidiva dell’instabilità nel 37,5% e dolore ricorrente nel 58,4% dei casi (Novakofski et al., 2022): numeri che non vanno applicati a tutti, ma spiegano perché la selezione del paziente sia essenziale.
Intervento in artroscopia: la riparazione di Bankart
La riparazione artroscopica di Bankart è una delle tecniche più utilizzate per trattare l’instabilità anteriore di spalla quando il problema principale riguarda i tessuti capsulo-labrali e il difetto osseo non è critico.
L’artroscopia è una forma di chirurgia mini-invasiva: attraverso piccole incisioni viene introdotto l’artroscopio, una piccola telecamera che consente di visualizzare l’interno dell’articolazione. Una volta identificata la lesione, il complesso labrale viene riposizionato e fissato con ancore o mini-ancore, spesso realizzate con materiali riassorbibili.
Questa capsuloplastica artroscopica spalla mira a ripristinare il contenimento anteriore e può prevedere anche un ri-tensionamento capsulare, cioè una correzione della tensione dei tessuti che contribuiscono alla stabilità.
Criterio decisionale
Il criterio di scelta resta però fondamentale. La Bankart artroscopica è più coerente nei quadri in cui la lesione è prevalentemente capsulo-labrale e la perdita ossea non è significativa.
Il rischio di fallimento aumenta invece nei pazienti con profilo sfavorevole:
- giovane età;
- sport di collisione;
- perdita ossea;
- difetto omerale importante;
- lassità.
In rugbisti competitivi con perdita glenoidea inferiore al 20%, uno studio ha riportato una recidiva del 20% dopo Bankart, contro il 4% dopo Latarjet (Rossi et al., 2021). Questo dato è utile perché mostra l’importanza della selezione del paziente, non perché definisca una percentuale valida per tutti.
Tecniche di aumento capsulare: ASA e Remplissage
Esistono situazioni in cui la sola riparazione di Bankart può non essere sufficiente. In questi casi, per alcuni quadri specifici di lussazione spalla, si possono considerare tecniche di intervento associate o di aumento capsulare, come ASA e Remplissage.
ASA
La tecnica ASA, acronimo di Arthroscopic Subscapularis Augmentation, utilizza il muscolo sottoscapolare come elemento di rinforzo dinamico anteriore. Attraverso una tenodesi, il sottoscapolare contribuisce ad aumentare la stabilità nei pazienti selezionati, soprattutto quando il quadro anatomico e funzionale lo rende indicato.
Remplissage
La procedura di Remplissage viene invece utilizzata soprattutto quando la lesione di Hill-Sachs ha caratteristiche tali da aumentare il rischio di instabilità. In termini semplici, l’obiettivo è rendere il difetto omerale meno capace di “agganciarsi” al margine della glenoide durante alcuni movimenti, agendo sui tessuti posteriori della spalla.
ASA e Remplissage non sono varianti intercambiabili e non sono “migliori” in assoluto rispetto ad altre tecniche. Sono opzioni chirurgiche da considerare in profili specifici, quando la semplice riparazione dei tessuti molli non offre garanzie sufficienti.
In uno studio multicentrico su pazienti selezionati con perdita glenoidea inferiore al 15%, le recidive riportate sono state del 7% per ASA e del 6,1% per Remplissage, contro l’1,5% per Latarjet open e lo 0% per Latarjet artroscopica (Maiotti et al., 2023).
Anche in questo caso, i numeri vanno letti nel contesto della popolazione studiata e non come percentuali universali.
L’intervento di Latarjet a cielo aperto
L’intervento di Latarjet alla spalla è una delle procedure ossee più conosciute nel trattamento dell’instabilità anteriore recidivante, soprattutto quando la perdita glenoidea o il profilo di rischio rendono insufficiente una semplice riparazione dei tessuti molli.
La tecnica prevede la trasposizione della coracoide, cioè il trasferimento di una porzione della coracoide, con la sua bratta ossea, sul margine anteriore della glenoide. Questa porzione viene fissata con viti metalliche o, in alcuni casi, con una placca, aumentando il contenimento osseo della spalla.
Si tratta tradizionalmente di una chirurgia a cielo aperto, diversa dalla semplice sutura del labbro glenoideo. Il trasferimento osseo coracoideo è l’elemento distintivo della Latarjet: non va quindi confusa con una semplice riparazione capsulare. Se si usa l’espressione capsuloplastica secondo Latarjet, è importante chiarire che il gesto principale resta la ricostruzione ossea anteriore.
Quando è indicata la Latarjet
Una perdita ossea importante, classicamente intorno al 20–25% o superiore, orienta fortemente verso una procedura ossea. Tuttavia, questa soglia non deve essere interpretata come un automatismo: in pazienti giovani, sportivi o ad alto rischio, la decisione può essere influenzata anche da difetti ossei inferiori, lesioni associate e caratteristiche dello sport praticato.
La tecnica di Putti-Platt può essere citata solo come procedura storica, non come equivalente moderno della Latarjet. Oggi la scelta della tecnica deve basarsi su una valutazione personalizzata del danno osseo, della stabilità articolare e delle richieste funzionali del paziente.
Nota sulle tecniche storiche
Tra le procedure oggi non più utilizzate rientra la tecnica di Putti-Platt, un intervento a cielo aperto impiegato in passato per aumentare la stabilità anteriore della spalla attraverso un accorciamento e un rinforzo del muscolo sottoscapolare.
Con il tempo è stata progressivamente abbandonata perché associata a un’elevata incidenza di rigidità articolare e a una significativa limitazione del movimento, soprattutto in rotazione esterna.
Oggi questa tecnica ha esclusivamente un valore storico. La scelta dell’intervento per la lussazione di spalla recidivante si basa invece su criteri moderni e personalizzati, che tengono conto del grado di perdita ossea, della stabilità articolare e delle reali esigenze funzionali e sportive del paziente.
Come si sceglie la tecnica chirurgica più adatta
Non esiste una operazione alla spalla per lussazione migliore in assoluto per tutte le spalle instabili. La tecnica chirurgica più adatta si sceglie valutando insieme il tipo di lesione, la quantità di osso perso, lo sport praticato e gli obiettivi funzionali del paziente.
Nel mio lavoro non considero solo quante volte la spalla è uscita. Valuto
- la quantità di osso glenoideo perso;
- le caratteristiche della lesione di Hill-Sachs;
- la qualità capsulo-labrale;
- la lassità;
- il numero e la dinamica delle recidive;
- l’età;
- lo sport praticato e il livello agonistico;
- eventuali precedenti interventi;
- gli obiettivi del paziente.
In alcuni casi va considerata anche la presenza di lesioni associate, come una lesione SLAP, che può modificare il quadro clinico e la strategia chirurgica.
In termini pratici, lo schema decisionale può essere riassunto così:
- se il danno riguarda soprattutto i tessuti molli, la perdita ossea è limitata e il rischio è contenuto, può essere indicata una riparazione artroscopica;
- se è presente un difetto omerale rilevante, in un quadro selezionato, può essere utile associare una procedura di Remplissage;
- se esiste un’insufficienza capsulare o un profilo specifico ad alto rischio, si possono valutare tecniche di augmentation come ASA;
- se la perdita glenoidea è importante o il paziente ha un profilo ad alto rischio, si possono considerare procedure ossee come la Latarjet.
Il 25% di perdita ossea non deve essere interpretato come un interruttore netto. Sotto questa soglia non significa automaticamente Bankart; sopra questa soglia non significa che il numero, da solo, sostituisca la valutazione completa. Anche la fascia subcritica, i difetti bipolari e gli sport di collisione possono modificare la decisione.
Per questo la scelta dell’intervento deve essere personalizzata. Per approfondire gli aspetti generali della chirurgia, puoi leggere anche la guida operazione alla spalla: cosa c’è da sapere.
Anestesia, durata dell’intervento e degenza
Molte domande prima dell’intervento riguardano aspetti pratici: sarò sveglio? Quanto dura? Devo restare in ospedale? Sono dubbi normali, soprattutto quando il paziente affronta per la prima volta un intervento alla spalla.
L’intervento può essere eseguito in anestesia generale o in anestesia loco-regionale, in base alla procedura, alle condizioni del paziente e alla valutazione anestesiologica. In molti casi può essere utilizzato anche un blocco nervoso periferico, utile per controllare meglio il dolore nelle prime ore dopo l’operazione.
La durata varia in base alla tecnica chirurgica. Una riparazione artroscopica richiede generalmente meno tempo rispetto a una ricostruzione ossea come la Latarjet o a procedure associate. Per questo non esiste un tempo unico valido per tutti.
Anche la degenza dipende dalla procedura e dall’organizzazione della struttura. In alcuni casi il percorso può avvenire in day surgery, in altri può essere prevista una notte di ricovero. Dopo l’intervento vengono programmati medicazione, controllo delle ferite e, quando indicato, rimozione dei punti di sutura.
Tempi di recupero e riabilitazione dopo l’intervento
Nella lussazione di spalla, i tempi di recupero e riabilitazione devono essere considerati come un percorso progressivo, non come una data fissa uguale per tutti. Il protocollo cambia in base alla tecnica eseguita: un paziente operato di Bankart non va gestito automaticamente come un paziente sottoposto a Latarjet o a procedure associate.
In linea generale, il recupero può essere organizzato in quattro fasi.
Prima fase: protezione della spalla
Dopo l’intervento si protegge la riparazione con un tutore. Spesso si parla di immobilizzazione di 4 settimane, ma questa indicazione va sempre adattata al singolo caso, alla tecnica utilizzata e alle indicazioni del chirurgo.
Seconda fase: recupero della mobilità
La mobilità viene recuperata in modo graduale. Si parte di solito con mobilizzazione passiva, cioè movimenti guidati senza attivazione diretta della muscolatura, per poi passare alla mobilizzazione attiva. In questa fase possono essere introdotti anche esercizi pendolari, se previsti dal protocollo.
Terza fase: forza e articolazione
Quando la guarigione lo consente, si lavora sul rinforzo muscolare e sul recupero dell’articolarità. La chinesiterapia e, in alcuni casi, l’idrokinesiterapia possono aiutare a recuperare movimento, controllo e fiducia progressiva nell’uso del braccio.
Quarta fase: controllo e gesto sportivo
La fase finale è dedicata al controllo neuromuscolare, alla stabilità dinamica e alla preparazione alle richieste dello sport o del lavoro. Nel follow-up controllo non soltanto quanto il paziente riesce a muovere il braccio, ma anche qualità del movimento, forza e stabilità.
Il ritorno allo sport e alla vita quotidiana
La riabilitazione dopo una lussazione spalla deve distinguere due percorsi:
- Recupero delle attività quotidiane;
- Ritorno al gesto sportivo.
Non sono la stessa cosa e non hanno sempre gli stessi tempi.
Le attività personali semplici, la guida e la ripresa del lavoro sedentario possono avvenire prima rispetto al ritorno a sport intensi o a lavori manuali pesanti. Per il lavoro manuale, la palestra e le attività che richiedono forza o movimenti sopra la testa, la progressione deve essere più prudente.
Il ritorno allo sport non dipende soltanto dai mesi trascorsi. Devono essere valutati mobilità, forza, controllo, sicurezza percepita nel gesto e richieste specifiche della disciplina.
Il recupero a 4-6 mesi è un riferimento frequente per molte attività, ma non deve essere considerato una garanzia automatica. Negli sport di contatto, negli sport di collisione o nelle attività overhead il percorso può richiedere tempi più lunghi.
Un rugbista, un tennista e una persona che lavora al computer non hanno lo stesso criterio di rientro. Per tornare al gesto atletico in sicurezza, il paziente deve recuperare non solo movimento e forza, ma anche controllo e fiducia nella spalla.
Rischi, complicanze e percentuali di recidiva
Ogni intervento alla spalla ha possibili rischi. Le complicanze operatorie cambiano in base alla tecnica utilizzata, alle caratteristiche del paziente e alla complessità del quadro.
Rischi e complicanze
Tra i rischi possibili rientrano:
- rigidità articolare;
- limitazione della rotazione esterna;
- dolore persistente;
- nuova instabilità;
- problemi legati ai mezzi di sintesi nelle procedure ossee;
- lesioni nervose (più raramente);
- necessità di un eventuale intervento di revisione.
Il risultato non si misura solo con l’assenza di nuove lussazioni, ma anche con il recupero funzionale: mobilità, forza, controllo della spalla e possibilità di tornare alle attività desiderate.
Tassi di recidiva
Anche sulla percentuale di recidiva non esiste un numero unico valido per tutti. Il tasso di recidiva dipende da età, sport, quantità di osso perso, tipo di lesione e corretta selezione della tecnica chirurgica.
In uno studio su rugbisti competitivi con perdita glenoidea inferiore al 20%, la recidiva riportata è stata circa del 20% dopo Bankart artroscopica e del 4% dopo Latarjet. In un’altra coorte multicentrica selezionata sono stati riportati valori del 7% per ASA, 6,1% per Remplissage, 1,5% per Latarjet open e 0% per Latarjet artroscopica.
Questi numeri non sono direttamente trasferibili a ogni paziente e non dimostrano che una tecnica sia sempre superiore in assoluto. Servono piuttosto a capire quanto sia importante scegliere il trattamento in base al profilo individuale.
In popolazioni selezionate ad altissimo rischio sono state descritte percentuali di fallimento molto elevate dopo la sola riparazione dei tessuti molli; per questo non è corretto proporre la Bankart solo perché è meno invasiva.
Un’instabilità trascurata per anni può inoltre associarsi a un rischio maggiore di degenerazione articolare e artrosi alla testa omerale della spalla. Anche per questo, nei pazienti giovani e attivi, la valutazione specialistica non dovrebbe essere rimandata troppo a lungo.
FAQ: domande frequenti sulla lussazione spalla recidivante
Quante volte si può lussare la spalla prima di operarsi?
Non esiste una soglia identica per tutti. Dopo alcune recidive, soprattutto in un giovane sportivo, è indicata una valutazione specialistica: numero degli episodi, perdita ossea e attività svolta possono modificare la decisione.
La lussazione recidivante della spalla si può curare senza intervento?
In alcuni pazienti un programma riabilitativo mirato può migliorare controllo, forza e funzione. Il trattamento conservativo, però, non ricostruisce una perdita ossea significativa e ha limiti in caso di episodi ripetuti o sport di contatto.
Quanto dura l’intervento per la lussazione recidivante di spalla?
Dipende dalla tecnica e dalla complessità del quadro: riparazione artroscopica, procedura associata e ricostruzione ossea non hanno gli stessi tempi. Il range reale va discusso in visita sulla base del protocollo operativo.
Quanto tempo serve per riprendersi dopo l’operazione?
Il recupero avviene per fasi: protezione, mobilità, rinforzo e ritorno graduale alle attività. I tempi cambiano in base a tecnica, lavoro e sport: per questo è importante affidarsi ai controlli clinici.
Qual è la differenza tra intervento di Bankart e Latarjet?
L’intervento di Bankart ripara le strutture capsulo-labrali ed è indicato in pazienti selezionati, compatibili con la sola stabilizzazione dei tessuti molli. La Latarjet trasferisce una porzione ossea della coracoide ed è rilevante in pazienti con perdita ossea importante o rischio elevato.
La lussazione recidivante può causare artrosi alla spalla?
Episodi ripetuti possono associarsi nel tempo a degenerazione della cartilagine. Non tutti i pazienti sviluppano artrosi e l’intervento non garantisce di prevenirla, ma un’instabilità cronica trascurata merita attenzione.
Si può tornare a fare sport dopo l’intervento?
Molti pazienti tornano all’attività sportiva, ma il momento dipende da tecnica, sport e recupero di forza e controllo. Gli sport di contatto richiedono criteri di rientro più rigorosi rispetto alle attività a basso impatto.
L’intervento in artroscopia lascia cicatrici?
L’artroscopia utilizza piccoli accessi cutanei e lascia cicatrici più contenute rispetto a un accesso chirurgico tradizionale. Aspetto e visibilità dipendono dalla guarigione individuale e dalla procedura eseguita.
Quali sono i rischi dell’intervento alla spalla?
Tra i possibili rischi rientrano rigidità, soprattutto in extrarotazione, dolore persistente e nuova instabilità. Più raramente possono comparire infezioni, complicanze neurologiche o problemi legati ai mezzi di sintesi. Il profilo di rischio varia con la tecnica e viene discusso prima dell’operazione.
A chi rivolgersi per una lussazione recidivante della spalla?
È utile una valutazione con un ortopedico specialista della spalla, soprattutto in caso di più episodi o sospetto danno osseo. La scelta tra fisioterapia e chirurgia richiede valutazione clinica e studio delle immagini.
Quando richiedere una valutazione specialistica
La valutazione specialistica permette di integrare storia degli episodi, esame clinico e imaging per capire se sia ancora indicato un percorso conservativo o se la lussazione spalla recidivante richieda una stabilizzazione chirurgica.
Questo passaggio è particolarmente importante quando gli episodi si ripetono, la spalla dà una sensazione di cedimento o il paziente evita movimenti e attività per paura che possa uscire di nuovo. In questi casi non conta solo “quante volte” la spalla si è lussata, ma anche quanto l’instabilità limita sport, lavoro e vita quotidiana.
Per approfondire il proprio caso e comprendere quale percorso sia più adatto alle caratteristiche della lesione, al grado di instabilità e alle proprie esigenze funzionali, è possibile prenotare una visita con il Dott. Matteo Boldini, chirurgo ortopedico specializzato nella spalla.
Fonti
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